Il Destino di un Cavaliere

Anno: 2001. Regia: Brian Helgeland. Interpreti: Heat Ledger, Rufus Sewell, Geoffrey Chaucer, Shanynn Sossamon, Paul Bettany, Mark Addy, Alan Tudyk. Musica: Carter Burwell. Genere: Avventura.

Siamo nel 1300 alla fine del Medioevo, William, figlio di un povero falegname, più per caso che per merito, ha la possibilità di “cambiare le proprie stelle” ed abbandonare il triste mestiere di scudiero a cui l’aveva avviato il padre per assaporare le gioie e le ricchezze del mondo dei nobili cavalieri. Sotto le mentite spoglie di Sir Ulrich Von Liechtenstein, insieme ai suoi squattrinati e fedeli amici (Roland e Wat) e ad uno strampalato scrittore – falsario (interpretato da Geoffrey Chaucer), William partecipa a tutti i tornei del territorio francese conquistando oro, fama e il cuore di una nobil dama ma non senza dover superare numerosi ostacoli e soprattutto il “cattivo” di turno. In realtà, risulta alquanto incerto il risultato che Brian Helgeland, già premio Oscar per la sceneggiatura di L.A. Confidential e regista di Payback, vuole raggiungere con questo suo ultimo lavoro. Infatti non ci troviamo di fronte, né ad un film storico (l’ambientazione medioevale è solo un pretesto come un altro), né ad una commedia, né ad un musical ma ad un miscuglio ben poco miscelato di tutti questi generi, di elementi storici ben poco attendibili e tendenze moderne. Fin dall’inizio, il film si rivela per quel che è: una trasposizione fantastica della realtà contemporanea. Si assiste a scene di tornei che assomigliano a incontri calcistici, le urla del popolo simili alle tifoserie delle curve; così come le donne, colte e indipendenti non rispecchiano nemmeno lontanamente la condizione femminile del tempo, accentuata poi da macroscopiche incongruenze (vedi gli abiti e le acconciature). Forse l’obiettivo di Helgeland era quello di narrare una favola più o meno attualizzata, la storia di un uomo che, con le proprie forze, può modificare il suo destino, ma, sinceramente, piuttosto che per un messaggio del genere questo film rimane impresso nella memoria dello spettatore per la banalità del risultato ottenuto. E’ un susseguirsi di scene ripetute, pieno di stereotipi scontati e assolutamente prevedibili (come tutto lo svolgimento della storia per non parlare del finale, n.d.r.) tanto che sarebbe stato meglio già alla 1° ora mettere i titoli di coda. Comunque almeno 3 aspetti andrebbero salvati: 1) la splendida voce di Freddy Mercury in We Will Rock You; 2) le riprese degli scontri armati, di grandissimo effetto e 3) l’esilarante quanto funambolica interpretazione dello scrittore Geoffrey Chaucer.
Recensione a cura di Valentina Petracca.