I Fiumi di Porpora

Regia: Mathieu Kassovitz. Interpreti: Jean Reno, Vincent Cassel.

Contrariamente alla linea che Kassovitz sembrava aver intrapreso con “L’odio”, film dall’impronta realistica e sociale molto decisa, “I fiumi di porpora” è un thriller-noir ricco di continui colpi di scena, inseguimenti alla Besson con dei risvolti a metà tra l’ispirazione filo-nazista e le ben note morbose tematiche de “Il silenzio degli innocenti”. In un piano parallelo si muovono i due protagonisti, Jean Reno e Vincent Cassel, due poliziotti di generazioni diverse, ai quali vengono affidate rispettivamente la soluzione di un misterioso omicidio tra le rocce di un ghiacciaio e l’inquietante profanazione della tomba di una bambina, deceduta tragicamente anni prima. Inizialmente le indagini sembrano non avere punti di contatto ma come ogni giallo che si rispetti il finale, seppure con molti acciacchi e difficoltà narrative, dipana la matassa. Infatti dietro le orrende mutilazioni che insanguinano la città universitaria di Guernon, culla dei più illustri personaggi nel campo delle finanze, politica, scienze, si cela un obsoleto progetto: creare una razza “superiore”, il risultato di anni di incroci generazionali tra bambini particolarmente dotati, ma, tra inseguimenti mozzafiato e corse sui ghiacciai, i due protagonisti porteranno a galla la lobby con tutti i suoi artefici per annientarla definitivamente e scoprire il segreto che nasconde. Il lavoro di Kassovitz ha diversi pregi tra cui quello di avvolgere tutta la storia in un alone di suspence che diletta lo spettatore per la durata del film senza mai annoiarlo e di aver ritratto paesaggi di indicibile bellezza; tuttavia il finale lascia un po’ l’amaro in bocca soprattutto per la frettolosità con cui è stato confezionato che evidenzia una debole e troppo approssimativa sceneggiatura. Consigliato per chi non ha troppe pretese.
Recensione a cura di Valentina Petracca.

La Tempesta Perfetta

Regia: Wolfgang Petersen. Interpreti: George Clooney, Mark Wahlberg, Mary Elisabeth Mastrantonio.

Bisogna dare a Cesare quel che è di Cesare! Non c’è alcuna ombra di dubbio che il cinema americano è la più grande e straordinaria “fabbrica di sogni” che esista; riesce a modificare qualsiasi cosa tocchi in un evento di proporzioni gigantesche, in una spettacolare avventura, in un illusione ad occhi aperti che coinvolge e “travolge” anche lo spettatore più svogliato trasformando una semplice storia quotidiana in un successo di botteghino dell’ordine di centinaia di dollari. Questa filosofia prettamente statunitense ha un ottimo interprete in Wolfgang Petersen che, grazie alla Industrial Light & Magic, ha fatto de “THE PERFET STORM” un emozionante spaccato della vita degli abitanti di Gloucester, gente che vive di pesca e che, per sbarcare il lunario, è costretta a spingersi oltre ogni ragionevole rischio verso il mare aperto. Capitano del peschereccio protagonista della nostra storia è un rude quanto mai affascinante George Clooney che, fiducioso della lunga esperienza in mare, sfida la violenza dell’oceano, non curante della vita propria e dei suoi compagni. Sorvolando ampiamente sui ritratti psicologici dei protagonisti, il regista arriva senza troppi virtuosismi al momento clou: il naufragio. Raffiche di vento, flutti alti decine di metri, urla scomposte; il tutto concepito con la più avanzata computer-graphic ha l’inevitabile risultato di creare più che la sensazione del disastro, un caos tremendo. Anche se tra il cast vi sono volti noti, l’immagine del bel tenebroso Clooney è francamente uno spreco visto che il suo personaggio manca di spessore e la sceneggiatura è ridotta ai minimi termini, tutt’al più la sua espressione ci rammenta (nell’inevitabile finale) il Jack di Titanic. Ma questo è il pregio (o il difetto?) del film d’azione che nasce e muore solo per divertire la gente! Consigliato alle fans di George!
Recensione a cura di Valentina Petracca.

Return to Me

Regia: Bonnie Hunt. Interpreti: David Duchovny, Minnie Driver, James Belushi.

Accolta con tiepida affluenza di pubblico e poco interesse da parte della critica americana, è da noi in imminente uscita la prima fatica cinematografica, non più nei panni dello “spettrale” Mulder di X-FILES, di David Duchovny. Ormai stanco di vagare tra oggetti volanti non identificati, spiriti erranti, creature infernali e dalle sembianze mostruose, Duchovny interpreta un architetto di successo, Bob Rueland, felicemente sposato al quale la vita ha riservato un triste destino: la scomparsa tragica e prematura dell’amatissima moglie. Ma la perdita di una vita diventa l’inizio di un’altra, quella di Minnie Driver, affetta fin da bambina da una disfunzione cardiaca, la cui unica speranza è un trapianto. Diverse coincidenze, risultato di una forzata sceneggiatura, fanno incontrare le vite dei due protagonisti in una tenera e, a tratti divertente, storia d’amore. Ma eccezion fatta per il cast di attori di tutto rispetto, mister Duchovny avrebbe dovuto scegliere un film di tutt’altro spessore per dare addio al famoso serial televisivo. Scontato, banale, prevedibilissimo la storia è più che conclusa alla fine del primo tempo; il secondo è soltanto un’inutile supplizio per gli spettatori. I personaggi sembrano tratti dalle soap-opera americane, dove, più che esseri umani, le persone assomigliano alle caricature di loro stessi. Niente sorprende nella trama e lo spettatore può tornare a casa senza alcuno spunto di riflessione. Consigliato SOLO alle fans di David!
Recensione a cura di Valentina Petracca.

Under Suspicion

Regia: Stephen Hopkins. Interpreti: Gene Hackman, Morgan Freeman, Monica Bellucci.

In un paese come Portorico dalle realtà contrastanti, dove convivono nella più completa indifferenza reciproca poveri e ricchi, probabilmente l’unico modo per un anziano capo della polizia locale di ” salire alla ribalta ” è quello di inchiodare e sbattere sul banco degli imputati uno degli uomini più facoltosi della città. Henry Hearst, interpretato da Gene Hackman, è un avvocato di successo, uomo stimato dall’opinione pubblica che viene accusato di un duplice omicidio sulla base di incongruenti dichiarazioni e false congetture. Hopkins, utilizzando la tecnica del flashbacks, presenta agli occhi degli spettatori la vera ” identità ” di un uomo apparentemente irreprensibile ma talmente cinico e ” povero dentro ” da cercare di colmare i suoi vuoti con brevi attimi di piacere. Emerge con chiarezza che quello rappresentato è solo lo specchio di una realtà talmente diffusa da non suscitare più nessun scalpore. Ognuno di noi ha degli scheletri nascosti ma fino a quando rimangono tali, nessuno metterà in dubbio la tua dignità. Liberamente ispirato al francese ” GUARDATO A VISTA ” di Miller (1981), UNDER SUSPICION è un film dai toni morbosi, ossessionanti, una serie altalenante di ricordi che si confondono col presente, un gioco dialettico introspettivo, un lungo ed estenuante interrogatorio che costringe i protagonisti a verità scandalose. Ottima la tecnica di regia condita da una certa suspense ma complessivamente il motivo portante è un ” classico “, niente che non si fosse già visto. Grazie alle eccellenti interpretazioni di Hackman e Freeman, il prodotto del regista di Nightmare 5 – Il Mito acquista un maggior peso ma non si riesce ad evitare una smoderata staticità delle scene. Da segnalare, inoltre, l’ottima prova della nostra Monica Bellucci che fuori dal nostro paese ha trovato gli stimoli per imporre la sua immagine alla platea internazionale.
Recensione a cura di Valentina Petracca.

Le Regole della Casa del Sidro

Regia: Lasse Hallstrom. Interpreti: Tobey Maguire, Charlize Theron, Michael Caine, Delroy Lindo.

Vivere senza regole, sarebbe possibile? Oppure ci troviamo tutti dentro un grande meccanismo, quello della vita, che ci impone i propri schemi e ci limita nelle scelte? Diventare adulti significa prendere coscienza di ciò che è giusto e sbagliato, scegliere di costruirsi da soli la strada da percorrere, lottare per affermare le proprie idee e regole…ed è ciò che Homer, dopo un’infanzia trascorsa in un orfanotrofio, ha imparato grazie al distacco dalla sua “famiglia” e dal “padre adottivo”. Ma il protagonista, interpretato splendidamente da Tobey Maguire, capirà a sue spese che la trasgressione non può diventare un parametro di vita; esistono delle “BARRIERE” che non possono essere valicate e ristabilire l’equilibrio violato ci conduce a prendere decisioni estreme. Tratto da un romanzo di John Irving, CYDER HOUSE RULES è un film che scava nei sentimenti, nelle passioni, nelle scelte che le persone compiono e nella consapevolezza che non ci sono regole assolute ma soltanto quelle che ogni uomo si dà; un lungo e lento viaggio attraverso gli incantevoli paesaggi del Maine ed i cuori di tanti “piccoli principi, futuri re d’Inghilterra”. Oscar per il miglior attore non protagonista ad uno straordinario ed intenso Michael Caine. DA VEDERE.
Recensione a cura di Valentina Petracca.

Mission to Mars

Regia: Brian De Palma. Interpreti: Gary Sinise, Tim Robbins, Don Cheadle.

Anno 2020, l’unico superstite di una missione sul pianeta rosso riesce a mandare una brevissima, quanto enigmatica, richiesta d’aiuto. L’equipaggio, incaricato di salvare l’astronauta, scoprirà il segreto che, da milioni di anni, Marte ha conservato custodito tra le sue montagne rocciose. La regia di Brian De Palma è estremamente efficace, ogni inquadratura è il risultato di un accurato studio, supportato dal non trascurabile aiuto della Nasa ma, tuttavia, la combinazione degli effetti speciali e delle situazioni ricreate al computer (per non parlare della storia!) suscitano atmosfere già consumate, ricordi di films noti (vedi 2001). Nel complesso, infatti, appare costruito su una teoria assai debole e, soprattutto, ormai ampiamente esaurita negli ultimi anni dal piccolo schermo. Deludente per un artista del calibro di De Palma.
Recensione a cura di Valentina Petracca.

Le Fate Ignoranti

Anno: 2001. Regia: Ferzan Ozpetek. Interpreti: Margherita Buy, Stefano Accorsi, Andrea Renzi, Serra Yilmaz, Erica Blanc, Gabriel Garko. Genere: Sentimentale.

Massimo ed Antonia: una coppia apparentemente felice, affiatata, serena, “vincente” sia nella vita privata che professionale. Ma nello spazio di un attimo, in un battito d’ ali si consuma una tragedia tanto imprevista e dolorosa quanto capace d’innescare uno sconvolgimento tale nella vita della protagonista da farle rimettere in discussione tutta la sua esistenza. Quella normalità che in dieci anni di matrimonio Antonia aveva creduto di costruire si è ripiegata su se stessa come un castello di carte alla scoperta di verità scioccanti e lontane dalla sua immaginazione. Ma il fato unisce il suo destino a quello di Michele, l’amante con cui Massimo (l’attore Andrea Renzi) aveva segretamente intrattenuto per sette anni una relazione sentimentale. Michele (l’attore Stefano Accorsi) vive in un palazzo i cui inquilini (sono loro “le fate ignoranti”) rappresentano l’uno per l’altro un parente, un amico, una persona su cui contare, così “diversi” ma simili nella loro fragilità ed uniti in fraterna simbiosi. Ozpetk conduce una splendida ed intensa Margherita Buy in un viaggio all’interno di una realtà più vera , fatta d’ affetti forti e puri, all’interno dell’ “amore” visto in tutte le sue sfaccettature, completo, incondizionato che va al di là delle inclinazioni sessuali e descrive senza mai essere volgare l’etero e l’omosessualità. Antonia riscopre, infatti, una nuova dimensione della famiglia così lontana dagli angusti confini che gli altri sono soliti qualificare come “normali” ma che le dà motivo di ricominciare una vita fino ad ora troppo scialba. Il film è un cadenzato ed emozionante susseguirsi di scene corali e duetti, di momenti di gioia e dolore, allegria e solitudine che non annoia mai lo spettatore e che, anzi, lo conduce ad una immedesimazione con la protagonista sempre più profonda. Ma niente nella pellicola suscita l’impressione che si voglia fare un elogio della diversità e, ancor meno, dell’omosessualità; è soltanto una presa di coscienza (semmai c’è ne fosse bisogno, n.d.r.!), una riflessione serena sul mondo che sembra cambiare ma che nel cambiamento è sempre legato ai buon vecchi valori. Gli attori dalla Buy, ad Accorsi da Erica Blanc a Gabriel Garko hanno dato una gran prova di recitazione, intensi e commoventi ma mai “vinti”. Consigliato a chi ha perduto la “vera essenza” dell’amore. DA VEDERE.
Recensione a cura di Valentina Petracca.

Save the Last Dance

Anno: 2001. Regia: Thomas Carter. Interpreti: Julia Stiles, Sean Patrick Thomas, Kerry Washington, Fedro Starr. Genere: Sentimentale.

“L’unica persona di cui hai bisogno è te stesso”: in ogni uomo alberga il desiderio di raggiungere un obiettivo, di realizzare un sogno che diventa l’unico scopo di vita da perseguire nonostante le ostilità ma talvolta queste sembrano così insormontabili che mettono a dura prova la nostra volontà di arrivare, di “sfondare”. Questo è il motivo conduttore che scandisce la storia dei due protagonisti: Sara (Julia Stiles, già interprete de “L’ombra del Diavolo”), promettente ballerina di danza classica che, a causa dell’improvvisa scomparsa della madre in un incidente stradale, abbandona definitamente la sua passione ed “appende al chiodo” le amate scarpette da punta e… tutta la sua vita, e Derek (Sean Patrick Thomas, protagonista di “Cruel Intentions”), ragazzo di colore, virtuoso dell’hip hop ma dalle grandi capacità da riuscire ad entrare in un prestigioso college. Sara dovrà mettere in sesto i pezzi della sua esistenza insieme ad un padre troppo assente, ricominciando da uno squallido locale del South Side di Chicago, dove tutti cercano di sopravvivere o “vivere” come possono. Ma l’incontro con questo ragazzo le riaccende quella grinta, ambizione e voglia ormai sopite ed insieme realizzeranno i loro sogni combattendo contro radicati pregiudizi. Negli Usa “Save the last dance” in poche settimane ha polverizzato tutti i record d’incassi totalizzando più di 15.000.000 di spettatori lo scorso inverno ed una delle ragioni di questo straordinario successo è da ricercare nell’abile contaminazione che Thomas Carter ha saputo creare mescolando culture diverse, realtà diverse in una storia che, se non brilla per originalità per i temi trattati e il finale prevedibile (numerosi sono i riferimenti a FLASHDANCE, DIRTY DANCING, LA FEBBRE DEL SABATO SERA), riesce a coinvolgerti in quel mondo fatto di sudore, di movenze sinuose, ritmate, travolgenti che fanno dell’ Hip Hop un linguaggio da strada, un sentimento dell’anima, un momento d’aggregazione dove poco importa il colore della pelle e l’estrazione sociale. E’ un film che ha l’ingrediente principale per essere un “classico” film, cioè la fantasia. Infatti il prevedibile quanto fiabesco lieto fine apre uno spiraglio verso la tolleranza delle razze ma anche se siamo lontani da un impegno in tal senso è, senza dubbio, un film godibile, gradevole, ben girato ed interpretato e al contempo una rivelazione della reale funzione delle discoteche quale luogo d’incontro, di familiarizzazione e valvola “sana” di sfogo. Due note interessanti: questa è la seconda pellicola che ha come protagonista un giovane di colore colto, forte, ambizioso e caparbio così come soltanto in “SCOPRENDO FORREST” si era visto… ma soprattutto segnalo alla vostra attenzione le colonne sonore (Donnel Jones, Athena Cage, I Lucy Pearl) tra le più belle dell’ultima stagione cinematografica. Consigliato non solo agli amanti della danza ma anche a tutti coloro che credono che, in questo mondo, ancora ci sia posto per i sogni. DA VEDERE.
Recensione a cura di Valentina Petracca.

La Stanza del Figlio

Anno: 2001. Regia: Nanni Moretti. Interpreti: Nanni Moretti, Laura Morante, Jasmine Trinca, Giuseppe Sanfelice, Silvio Orlando, Stefano Accorsi. Musica: Nicola Piovani. Genere: Drammatico.

Nanni Moretti: “Volevo affrontare il tema del dolore in modo serio e raccontarlo come un sentimento che divide e lacera. Il fatto che la sofferenza unisca le persone per me è solo retorica. Ognuno ha un modo diverso di reagire e di rielaborare il dolore, è questo che accade ai tre protagonisti del film e l’unità familiare ne è stravolta”. Così il regista di “Caro diario” ed “Aprile” sinteticamente spiega le ragioni che lo hanno indotto alla stesura di un nuovo film, commovente e drammatico allo stesso tempo, un viaggio all’interno del dolore per la perdita di una persona cara. La tranquillità di una famiglia comune, medio-borghese, la cui vita è cadenzata da gesti semplici, la colazione la mattina, le corse in motorino, il tifo alle partite, viene spezzata dall’improvvisa scomparsa a causa di un incidente in mare del figlio adolescente (interpretato da Giuseppe Sanfelice). Ad un tratto tutto sembra “sbocconcellato”, l’equilibrio familiare si è definitivamente intaccato; reso ancora più evidente dal momento di chiusura della bara, dal corpo disteso appena intravisto, dal dolore sui volti degli amici. Ognuno dei protagonisti cerca a proprio modo di superare quel senso di vuoto che invade la casa, ingigantito dal biancore delle pareti ma (strano a dirsi) il dolore anziché avvicinare i componenti della famiglia li allontana e li separa, lasciandoli alla ricerca di una risposta (se mai c’è ne fosse una) che non verrà mai. Così inevitabilmente si susseguono i sensi di colpa comprensibili per un padre che, se potesse, tornerebbe indietro per fare scelte diverse; non accuserebbe più il figlio di essere un bugiardo o di mancare di competitività né risponderebbe a quella telefonata che gli ha cambiato la vita. Moretti è superlativo nel narrare questa confusione di sentimenti, un misto tra dolore e rabbia, senza scadere nell’autocommiserazione, nei pianti gratuiti e nelle scene strappa-lacrime, nell’apatia. I nostri protagonisti rimangono composti, misurati, quasi razionali nell’accettazione di questa situazione; tentano di continuare i loro gesti quotidiani ma tutto è definitivamente compromesso. Ma in fondo al tunnel s’intravede uno spiraglio, un piccolo segno che, almeno in parte, sembra riportare in vita Andrea. Infatti viene ritrovata una lettera che Andrea aveva scritto ad una ragazza conosciuta in campeggio. Arianna (Sofia Vigliar) porta a galla il suo ricordo e diventa lo strumento che li aiuterà a varcare la soglia della sofferenza.E’ un film essenziale, semplicemente descrittivo, totalmente “laico” (mai all’interno della pellicola si accenna a Dio, all’al di là) ma il cui merito (ed amara constatazione) è che per quanto tu ami una persona non potrai mai preservarla dall’inevitabile destino. Tutti gli attori sono bravissimi, dalle giovani promesse come Jasmine Trinca e Giuseppe Sanfelice allo stesso Nanni Moretti e Laura Morante, quest’ultima, inoltre, merita un’attenzione particolare visto l’umanità e l’ntensità che ha saputo imprimere al suo personaggio. Palma d’oro a Cannes e David di Donatello, è sicuramente un film da vedere e consigliato a coloro che saranno i genitori del domani.
Recensione a cura di Valentina Petracca.

Il Destino di un Cavaliere

Anno: 2001. Regia: Brian Helgeland. Interpreti: Heat Ledger, Rufus Sewell, Geoffrey Chaucer, Shanynn Sossamon, Paul Bettany, Mark Addy, Alan Tudyk. Musica: Carter Burwell. Genere: Avventura.

Siamo nel 1300 alla fine del Medioevo, William, figlio di un povero falegname, più per caso che per merito, ha la possibilità di “cambiare le proprie stelle” ed abbandonare il triste mestiere di scudiero a cui l’aveva avviato il padre per assaporare le gioie e le ricchezze del mondo dei nobili cavalieri. Sotto le mentite spoglie di Sir Ulrich Von Liechtenstein, insieme ai suoi squattrinati e fedeli amici (Roland e Wat) e ad uno strampalato scrittore – falsario (interpretato da Geoffrey Chaucer), William partecipa a tutti i tornei del territorio francese conquistando oro, fama e il cuore di una nobil dama ma non senza dover superare numerosi ostacoli e soprattutto il “cattivo” di turno. In realtà, risulta alquanto incerto il risultato che Brian Helgeland, già premio Oscar per la sceneggiatura di L.A. Confidential e regista di Payback, vuole raggiungere con questo suo ultimo lavoro. Infatti non ci troviamo di fronte, né ad un film storico (l’ambientazione medioevale è solo un pretesto come un altro), né ad una commedia, né ad un musical ma ad un miscuglio ben poco miscelato di tutti questi generi, di elementi storici ben poco attendibili e tendenze moderne. Fin dall’inizio, il film si rivela per quel che è: una trasposizione fantastica della realtà contemporanea. Si assiste a scene di tornei che assomigliano a incontri calcistici, le urla del popolo simili alle tifoserie delle curve; così come le donne, colte e indipendenti non rispecchiano nemmeno lontanamente la condizione femminile del tempo, accentuata poi da macroscopiche incongruenze (vedi gli abiti e le acconciature). Forse l’obiettivo di Helgeland era quello di narrare una favola più o meno attualizzata, la storia di un uomo che, con le proprie forze, può modificare il suo destino, ma, sinceramente, piuttosto che per un messaggio del genere questo film rimane impresso nella memoria dello spettatore per la banalità del risultato ottenuto. E’ un susseguirsi di scene ripetute, pieno di stereotipi scontati e assolutamente prevedibili (come tutto lo svolgimento della storia per non parlare del finale, n.d.r.) tanto che sarebbe stato meglio già alla 1° ora mettere i titoli di coda. Comunque almeno 3 aspetti andrebbero salvati: 1) la splendida voce di Freddy Mercury in We Will Rock You; 2) le riprese degli scontri armati, di grandissimo effetto e 3) l’esilarante quanto funambolica interpretazione dello scrittore Geoffrey Chaucer.
Recensione a cura di Valentina Petracca.